Friday, January 16, 2026
Instagram Map e privacy
Un confine che si sposta

Con l’introduzione della funzione Instagram Map, Meta amplia l’ambito della condivisione includendo, in modo più diretto e strutturato, anche la dimensione della geolocalizzazione. L’idea, almeno sul piano narrativo, è quella di rendere l’esperienza più “sociale”, consentendo di visualizzare persone e contenuti su una mappa condivisa. Il problema, come spesso accade in materia di dati personali, non è tanto l’innovazione in sé, quanto il modo in cui viene presentata, implementata e soprattutto compresa dagli utenti.
Meta insiste sul fatto che la funzione sia disattivata di default e attivabile solo previo consenso. Formalmente, l’affermazione è corretta. Sostanzialmente, la questione è molto più complessa. La mappa si innesta su un ecosistema di permessi già concessi, di contenuti geolocalizzati e di impostazioni stratificate nel tempo. In questo contesto, molti utenti finiscono per comparire sulla mappa senza avere una chiara percezione di aver attivato una condivisione della propria posizione, o senza comprendere fino in fondo chi sia in grado di vederla e con quale grado di precisione.
Qui emerge il primo nodo giuridicamente rilevante: il consenso. Nel diritto della protezione dei dati personali il consenso non è un mero clic, ma deve essere libero, specifico, informato e inequivocabile. Quando l’utente non è realmente consapevole della portata della condivisione, il consenso rischia di trasformarsi in un atto solo formalmente valido, ma sostanzialmente fragile. Il problema non è tanto se l’utente abbia “accettato”, quanto se fosse effettivamente in grado di capire cosa stesse accettando.
La geolocalizzazione, del resto, non è un dato come gli altri. È un’informazione ad alta densità, capace di raccontare molto più di quanto appaia in superficie. Attraverso la posizione si possono dedurre abitudini, luoghi frequentati, orari di presenza e assenza, relazioni personali e contesti di vita. Per questo motivo, nel quadro normativo europeo, i dati di localizzazione sono considerati particolarmente delicati e richiedono tutele rafforzate. Trattarli come una funzionalità “social” qualsiasi significa sottovalutarne l’impatto reale.
Un ulteriore profilo critico riguarda la progettazione dell’esperienza utente. Le scelte di design non sono neutre, soprattutto quando incidono sulla comprensione delle impostazioni di privacy. Se l’interfaccia non chiarisce in modo immediato la differenza tra la geolocalizzazione di un contenuto e quella di una persona, o se non rende evidente quando e verso chi la posizione è visibile, il rischio è quello di una trasparenza solo apparente. Dal punto di vista giuridico, una user experience opaca incide direttamente sulla qualità del consenso e, in ultima analisi, sulla conformità del trattamento ai principi di correttezza e accountability.
Il tema diventa ancora più sensibile se si guarda ai minori. La possibilità che utenti giovani siano localizzabili su una mappa sociale solleva interrogativi seri sotto il profilo della tutela rafforzata prevista dalla normativa. In questo ambito, affidarsi alle impostazioni o alla consapevolezza dell’utente non è sufficiente. Se una funzione non è intrinsecamente sicura per i minori, la responsabilità non può essere scaricata sulle scelte individuali, ma deve essere assunta a monte dal titolare del trattamento.
Criticare, però, non basta. Le soluzioni esistono e non richiedono rivoluzioni tecnologiche. Un consenso realmente espresso, costruito su informazioni chiare e comprensibili, una maggiore evidenza dello stato della condivisione, una riduzione della precisione del dato mostrato e una esclusione netta dei minori sarebbero misure perfettamente compatibili con l’architettura della piattaforma. A ciò si dovrebbe affiancare una maggiore trasparenza sull’utilizzo dei dati di localizzazione, soprattutto quando questi concorrono a logiche di profilazione o monetizzazione.
In definitiva, Instagram Map non è una semplice novità di prodotto. È un banco di prova per la credibilità di Meta sul terreno, già ampiamente minato, della protezione dei dati personali. Ancora una volta, la sensazione è che la tecnologia sia stata lanciata prima che fossero pienamente affrontate le sue implicazioni giuridiche e sociali. Nel diritto della privacy, tuttavia, l’approccio “lanciamo e poi correggiamo” mostra sempre più chiaramente i suoi limiti.
La geolocalizzazione non è un dettaglio né un gioco sociale. È un’informazione che espone e rende vulnerabili. E quando la tutela dipende dalla capacità dell’utente di orientarsi tra impostazioni poco intuitive, il problema non è l’utente: è il sistema.